Storia della cucina – Il rinascimento, seconda parte

Nuovi cibi dalle Americhe

Il rinascimento era anche il tempo della scoperta e colonizzazione delle Americhe.

Il sogno di Cristoforo Colombo di aprire una nuova e profittevole rotta commerciale verso l’india e le sue spezie, fallendo nell’intento originale di riempire i bastimenti di curcuma, cannella, pepe e noce moscata, portò invece alla scoperta da parte dei palati europei di gusti nuovi e sorprendenti (oltre a genocidi, pestilenze e corse all’oro sulle quali non con soffermeremo in questa sede).

Fagioli, mais, peperoncino, patate, tabacco, cacao, arachidi, zucche, girasoli, pomodoro, patate dolci, ananas, avocado, banana, tacchino… la lista dei sapori che il nuovo mondo avrebbe regalato al vecchio era lunga e appetitosa.

All’inizio furono il cacao e il tabacco a suscitare il più grande clamore, e sorprendentemente il pomodoro e la patata sarebbero stati ignorati per quasi due secoli. Il peperoncino venne adottato con entusiasmo e si diffuse in Europa rapidamente, guadagnandosi la fama di “pepe dei poveri”. Mais e tacchino vennero anch’essi integrati nella cucina europea già agli inizi del 16° secolo. L’atlantico si affollava di navi che portavano viti, lino e orzo verso le Americhe, tornando con stive cariche di tesori alimentari, arricchendo i mercanti e solidificando la nozione della sfericità terrestre.

Enrico IV e i tecchini

Il tacchino si diffuse rapidamente, economico e facile da allevare, portò sulle tavole del popolo quantità di carne bianca un tempo prerogativa esclusiva della nobiltà. Addirittura, Enrico IV di Francia decretò il diritto di ogni cittadino a gustare pollame almeno una volta la settimana, la domenica.

Enrico IV divenne il soggetto di canti popolari riconoscenti verso il “Re Buono”, e il bersaglio delle critiche dei sudditi più abbienti, che videro rovinato il piacere dell’esclusività della carne di pollame, ormai scaduta a cibo volgare.

Si assisteva in Francia, nel frattempo, all’ascesa di una nuova classe media e a un periodo di relativa buona amministrazione, durante il quale emerse la tradizione del tacchino domenicale, che vide persino protestanti e cattolici sedere assieme a tavolate riconciliatorie.

La dieta del popolo

Il tacchino, che allora veniva ancora chiamato pollo indiano, veniva cucinato la domenica bollito o arrostito sullo spiedo, e costituiva per lo più l’unica carne che il soggetto medio del re avrebbe mangiato durante la settimana. La dieta del popolo era ancora largamente incentrata sul pane, e l’unico periodo di interruzione della frugalità era quello del raccolto.

Si produceva grano e segale per il pane, grano saraceno, orzo e avena per l’alimentazione del bestiame. Dalla bontà del raccolto dipendeva la possibilità di produrre abbastanza pane e alimentare la produzione del latte quanto basta per sopravvivere l’inverno.

Il latte fresco era scarsamente consumato, dedicato per esempio ai convalescenti. Si utilizzava la maggior parte del latte per la produzione di formaggio. Nel rinascimento si consumavano, tra gli altri,  Roquefort, Gouda, Edam e Parmigiano.

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